Il bambino che gioca sta crescendo

Un bambino che gioca osserva, sperimenta, scopre, ascolta, si relaziona. Di conseguenza, cresce. Abbiamo intervistato un’educatrice specializzata in psicomotricità per capire come funziona questo meccanismo.

Gioco e sviluppo

 

Quando nasce un figlio, l’idea di potere ricominciare a giocare può essere entusiasmante. Chi pensa alla pista delle macchinine, chi alle Barbie e chi ai Lego. Chi si dice “finalmente potrò comprare il Dolce-forno Harbert e capire come funziona”!

Quando arriva il momento però si capisce che la scelta dei giochi è una scelta educativa. La scelta dei giochi come oggetti da comprare o regalare, ma anche l’attività di giocare con i propri figli e le proprie figlie, a casa o all’aperto. Perché un bambino, quando gioca, cresce: impara dall’immedesimazione, dall’immaginazione, dall’empatia, dalla sperimentazione.

Noi amiamo giocare, e lo facciamo anche con i nostri mobili, quindi ci siamo interrogate molto su questo tema. E ne abbiamo parlato con Natalia De Armas, un’educatrice specializzata in psicomotricità.*

Maria Montessori diceva che ‘il gioco è il lavoro del bambino’, cosa significa per te?

Il gioco è alla base della conoscenza, perché è il principale strumento di espressione dei bambini, da cui acquisiscono nozioni su se stessi, gli altri e il mondo.

Il gioco insegna a apprendere, a orientarsi nello spazio e nel tempo, a manipolare e costruire, a stabilire relazioni e a comunicare. Ma non solo. Il gioco consente di comprendere e capire il proprio corpo in relazione agli altri e allo spazio. È quindi un elemento privilegiato e indispensabile per lo sviluppo integrale del bambino perché include la dimensione motoria, cognitiva, affettiva e sociale.

Quando il bambino gioca con l’adulto

 

La condivisione di alcuni momenti di gioco durante la giornata con una persona adulta, sia esso genitore o un’altra figura come un insegnante un nonno o altro parente, è molto importante.

Sappiamo bene che i ritmi della società ci impongono una riduzione del tempo dedicato al gioco condiviso, libero da distrazioni come cellulare, televisione o lavoro, ma gli adulti rimangono un punto di riferimento fondamentale per i più piccoli.

È l’adulto, infatti, che deve garantire le condizioni di sicurezza dello spazio e dei materiali dedicati al gioco, ma anche la trasmissione di conoscenza. Un bambino piccolo ha bisogno di momenti in cui essere accompagnato da un adulto nel gioco. Ciò gli è necessario per acquisire sicurezza, capire l’importanza delle regole, imparare a relazionarsi con l’altro.

Crescendo diventerà sempre più importante la relazione e il gioco con i coetanei, imparando il confronto alla pari, la condivisione e la gestione del disagio e della rabbia.

Quando il bambino gioca da solo

 

D’altro canto, però, i bambini per crescere devono anche imparare a giocare da soli. Senza la costante presenza di qualcuno che li aiuti possono sviluppare strumenti e sistemi per non annoiarsi.

Ed è vero, infatti, che la noia stimola la fantasia! Perché aiuta l’immaginazione e il libero fluire di pensieri, allenando la creatività.

Una caratteristica del nostro design è l’attenzione agli stimoli. Ma per farlo abbiamo scelto materiali e forme semplici. Per un’attenzione alla sostenibilità, ma anche perché ci sembrava la scelta più adeguata.  

Sembra quasi una contraddizione, ma forse materiali più tecnologici potrebbero stimolare di più il bambino?

Il mondo è in continua evoluzione tecnologica, ma questa tecnologia non è strettamente necessaria per i bambini, almeno fino ai 6 anni.

I giochi non tecnologici e non figurativi, che lasciano lo spazio alla fantasia, allo sviluppo delle proprie inclinazioni, che risvegliano immaginazione e creatività, sono strumenti ben più adeguati.

Viva i giochi semplici!

 

Del resto ci ricordiamo anche noi che da piccoli una scatola poteva essere un’auto, un aereo, un nascondiglio. Una sedia o un tavolo potevano diventare una grotta, una casa o un treno**. Un libro senza testo, che contiene solo immagini, può raccontare tante storie quante le persone che lo leggono.

Il bambino che gioca sta crescendo, ma quanti e quali giochi servono per crescere?

Molto spesso crediamo che siano necessari molti giochi, ma le cose di tutti i giorni possono far giocare i bambini per ore e ore. Alcuni semi, un po’ di terra, una pentola, un tavolo, un panno, una corda o il letto stesso del bambino. Basta poco a liberare creatività e fantasia, favorendo lo sviluppo nel suo complesso. Sperimentare e giocare con la luce, le forme e i colori, può essere un’attività educativa dai mille risvolti.

Al contrario, invece, sta aumentando l’uso di giochi in cui i bambini sono semplicemente spettatori, o che cercano di stimolare precocemente i bambini.

Non esagerare con giochi tecnologici e iper stimolanti

 

Sdraiette autovibranti, giochi dai mille suoni e musichette, luci colorate, rendono il bambino passivo e contribuiscono a creare dipendenza. Per i bambini che utilizzano questo genere di giochi, sarà più facile annoiarsi senza uno stimolo sonoro o visivo a portata. Avremo sempre più a che fare con bambini in sovrappeso, con difficoltà comportamentali, con deficit di attenzione e altre difficoltà.

È giusto cercare di tranquillizzare a ogni costo i bambini particolarmente vivaci?

A volte il costante movimento del bambino manda in allarme i genitori, e si ricorre a stratagemmi per tenerli tranquilli. Tablet, televisione o altri strumenti tecnologici hanno il potere di “ipnotizzare” il bambino fin dalla tenera età. Un potere che, però, se non viene accuratamente “dosato”, può portare a dipendenza e incapacità di gestire tempo e gioco in assenza di questi mezzi.

Noi adulti dobbiamo ricordarci che non è sempre necessario contenere la vivacità. A volte possiamo seguire le cavalcate immaginarie dei nostri bambini e lasciarci travolgere! Può essere esaltante anche per noi, ricordandoci che così parteciperemo attivamente alla loro crescita, divertendoci.

 

*Natalia ha sviluppato la sua professione in ambito socio-educativo con bambini da 0 a 3 anni e le loro famiglie, offrendo workshop sul legame, il gioco e lo sviluppo psicomotorio in contesti di vulnerabilità sociale. Ha lavorato anche nell’area clinica con bambini dai 2 ai 16 anni di età con difficoltà scolastiche, motorie, relazionali e comportamentali e diverse patologie come la sindrome di Down, l’agenesia del corpo calloso, il disturbo dello spettro autistico, eccetera.

**a questo proposito leggete La sedia blu, ed. Illustrata Babalibri di Claude Boujon.

fantasia: Rodari, Munari e il metodo Reggio-children

La fantasia dei bambini è il filo conduttore che unisce il lavoro di Rodari, di Munari e le scuole di Reggio Emilia.

La fantasia fa parte di noi come la ragione, ed esplorarla è un modo per guardare dentro noi stessi.

Gianni Rodari, spiegava così, con due frasi precise, a che cosa serve la fantasia.

Imparare a usarla, proseguiva, significa imparare a usare uno strumento coraggioso e potente, che offre soluzioni originali a ogni problema. La fantasia dei bambini è ancora più capace di quella degli adulti di scavalcare la banalità e di creare nuovi mondi e nuove avventure.

Ecco perché Rodari propose a noi lettori la Grammatica della fantasia e poi gli Esercizi della fantasia.

La sua idea era quella di proporre una nuova materia: la Fantastica, così come esiste una Logica, secondo l’intuizione che fu del poeta tedesco Novalis e che Rodari lesse, giovane maestro neodiplomato, restandone profondamente colpito.

La Fantastica è uno strumento cognitivo con cui costruire storie, e lo si può esercitare e utilizzare liberamente ogni giorno.

Il Reggio Emilia approach.

Il libro La Grammatica della fantasia, che della Fantastica contiene i fondamenti teorici, venne dedicata alla città di Reggio Emilia, dove lo scrittore incontrò i ragazzi, gli educatori e la cittadinanza nel 1972, e ispirò Loris Malaguzzi per la definizione del suo metodo educativo conosciuto in tutto il mondo come “Reggio Emilia approach”.

Già da tempo nelle scuole reggiane si era aperto un atelier in cui i bambini venivano invitati a esprimersi attraverso i cento linguaggi.

I cento linguaggi dei bambini.

Cento sono gli accessi alla realtà che nascono dall’insieme delle sue modalità espressive: quelle fisiche, emotive e logiche.

Malaguzzi ci insegna che i bambini hanno un sacco di mezzi e modi per esprimersi, con il corpo, la musica, il disegno, la danza, la voce, lo sguardo, la capacità creativa tutta: la capacità di modellare, costruire, dipingere, assemblare…e ovunque si possano costruire storie sperimentando liberamente e lasciando correre la fantasia.

È così, spiegava Malaguzzi, che i bambini costruiscono da soli, con le proprie mani e le proprie emozioni, insieme al proprio cervello, la propria intelligenza. Proprio come aveva già anticipato Maria Montessori, quando parlava di intelligenza nelle mani dei bambini.

Perché nei bambini, a differenza degli adulti, mano e mente sono una cosa sola.

E gli adulti cosa possono fare per incoraggiare la fantasia dei bambini? Gli adulti sono invitati a rendere tutto questo possibile, costruendo ambienti adatti e stimolanti, e facendosi invisibili mentre i bambini esplorano da soli.

Educare alla fantasia non significa imporre la propria conoscenza, né tanto meno pilotare l’espressione del bambino.

La fantasia aiuta a sviluppare i linguaggi, i ragionamenti, il carattere.

Non abbiate paura di perdere l’aderenza alla realtà, anzi, la realtà si affronta meglio con la fantasia.

I nostri sensi, a partire dalla vista, non vendono una realtà asettica e ferma, ma la interpretano, la adattano: l’immaginazione è un potente atto creativo che si sovrappone ai sensi e usa i simboli per inventare e dare spessore.

Ed ecco il terzo personaggio chiave di questa storia: Bruno Munari.

Geniale artista e designer, spesso accanto a Rodari nella creazione di percorsi narrativi ed educativi.

È Munari, infatti, a illustrare molti dei racconti di Rodari, ma le sue non sono solo illustrazioni, didascalie grafiche: sono invenzioni creative a sé. Libere, come libera, scriveva, è la fantasia, che può “pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile”.

Dalle intuizioni di Munari sono nati giochi e creazioni che si possono fare anche in casa, usando pochi semplici oggetti concreti ma moltissima, indispensabile, libertà.

Noi di Nini non potevamo esimerci dal proporre nella nostra linea un tavolo luminoso e contenitore, Tavoluccico. La doppia funzione che caratterizza tutti i nostri mobili, in Tavoluccico si concretizza nell’avere un piano luminoso e un piano con i bordi. Permette quindi di sperimentare sia con la luce, i colori e le consistenze, sia con tutti quei piccoli oggetti che sono difficili da contenere, e si spargerebbero per casa…

 

Bibliografia:

I cento linguaggi dei bambini, Loris Malaguzzi

Disegnare un albero, Bruno Munari

Grammatica della Fantasia, Gianni Rodari

Come aiutare il bambino a rendersi autonomo?

Come aiutare il bambino a rendersi autonomo?

Il momento di spiccare il volo prima o poi arriva per tutti. Già da piccolissimi i bambini hanno la voglia di fare da soli, è l’istinto! Sono macchine di apprendimento i bambini, e anche i bebè!

È la conquista della maturità, quando il piccolo comincia a essere in grado di nutrirsi da solo, di esplorare le zone intorno al nido, di farsi adulto e forte. Per la specie umana questo è un processo lungo anni, ma anche per i nostri cuccioli in qualche modo deve cominciare. Come?

Incoraggiare l’autonomia

Un modo molto semplice è quello di incoraggiarli a fare da soli e ricompensarli con uno sguardo di soddisfazione e un “ce l’hai fatta!” .

Un esempio pratico: apparecchiare la tavola

Il bambino già a tre anni può aiutare a portare in tavola quello che serve per la cena in famiglia. Non si tratta soltanto di abituarsi in fretta a “dare una mano in casa”. L’apparecchiatura della tavola, infatti, può avere una funzione educativa e diventare un bellissimo gioco. Se l’idea vi turba (un bambino così piccolo messo al lavoro!) sappiate che in molti asili nido e nelle scuole dell’infanzia lo fanno da tempo e funziona benissimo. Vediamo perché.

Imparare a mettere la tovaglia e poi sopra gli altri oggetti in un certo ordine preciso è un esercizio per il pensiero logico e matematico. Si deve capire che cosa mettere in tavola prima e che cosa dopo, contare il numero dei piatti e dei commensali, ricordarsi l’ordine delle portate e la disposizione degli oggetti che servono per mangiarle. Bisogna quindi essere concentrati e attenti. Inoltre, per apparecchiare si usano le mani, e questo non è affatto secondario. Imparare a maneggiare con cautela gli oggetti, la brocca dell’acqua per esempio, esercita l’equilibrio e le abilità motorie (e pazienza se le prime volte si versa un po’ d’acqua sul tavolo!).

Maria Montessori riteneva questo esercizio importante non solo dal punto di vista fisico, perché lo sviluppo della motricità era per lei propedeutico a ogni apprendimento.

le mani sono gli strumenti propri dell’intelligenza dell’uomo

scriveva infatti.

Autonomia e autostima

Infine, e in generale, la conquista dell’autonomia e la sensazione di aver partecipato alla costruzione di un momento comune rende sicuri di sé, orgogliosi delle proprie capacità, e fieri di ricevere la stima e la fiducia di papà e mamma.

Esercizi di vita pratica

E non si tratta solo di apparecchiare. Forme di “playful learning” o, come le chiamava Maria Montessori: esercizi di vita pratica, possono essere create in molte situazioni: imparare ad allacciarsi le scarpe, a vestirsi da solo, a innaffiare le piante di casa. Per noi adulti sono esercizi banali, ma i bambini avranno la sensazione di giocare in maniera costruttiva, e sarà per loro fonte di soddisfazione ricevere un incoraggiamento o un complimento quando i loro sforzi e il loro impegno avranno prodotto il risultato sperato.

Le perplessità dei genitori.

Ammettiamolo, osservare un figlio piccolo che si muove in autonomia fa un po’ paura e a volte crea qualche disagio. Significa lunghe attese quando prova a mettersi i pantaloni al contrario, quando qualche oggetto fragile ogni tanto si rompe, e l’impossibilità di aiutarlo o di sostituirsi a lui quando ci ha preso gusto e vuole per forza, ostinatamente, fare tutto da solo.

Come non perdere la pazienza

L’importante è avere chiaro che è un processo normale, e che il disagio durerà solo un po’. Verrà ricompensato, perché in fretta si tradurrà in maggiore libertà per tutti.

Scommettiamo che appena smetteremo di avere paura e incoraggeremo i nostri figli a cavarsela da soli, cioè a spiegare le proprie ali, anche noi non vorremo più smettere di farlo?

Per noi di Nini l’autonomia è uno dei principi base del nostro design.

Ninnanì, il nostro lettino basso, da cui il bambino può entrare e uscire da solo, la libreria Leggola, per scegliere autonomamente i libri. La cassapanca Pepetta, che assieme agli appendini Tacatac, è la soluzione perfetta per arredare l’ingresso in versione baby-friendly. Oltre ad avere finalmente scarpe e giacche in ordine, il pannello delle allacciature sarà di stimolo per imparare ad allacciarsi le scarpe, avendo una base su cui “allenarsi”.

cameretta montessori

Un ceffone, ogni tanto, fa bene”: era una confidenza ricorrente tra i genitori di un tempo (come i nostri!), quelli che ogni tanto, ai figli, uno sculaccione o uno schiaffo lo allungavano davvero. Un ceffone serviva a spaventare, a imporre la propria autorità, a ricordare chi è che comanda: a “raddrizzare” un figlio un po’ birbante. Ma c’è (e c’era) davvero bisogno di quelle botte? No. Semplicemente perché il ruolo del genitore non è quello cui si puntava a quei tempi, un ruolo che senza manifestazioni di supremazia si sgretola e perde di senso.
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